Cagliostro (in 363 parole) by Marilena Migiani

Sono onorato di ospitare sul mio sconosciuto blog questo racconto di Marilena Migiani, una scrittrice raffinatissima che sa unire una sensibilità straordinaria ad una tecnica di primissimo ordine, che le consente di spaziare da temi dove la fantasia descrittiva si trasforma in pura vena creatrice ad altri dove la drammaticità – anche scarna – la fa da padrone. A questo si aggiunge una notevole vena ironica che fa sì che i suoi scritti non siano mai pesanti, per barocchi che possano sembrare.

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Io e lei siamo in sintonia, non proprio come lei vorrebbe ma nelle modalità da me stabilite, consapevole che  le donne bisogna tenerle sempre un po’ in sospeso, sulla corda, che a mostrarsene troppo attratti si rischia di  ritrovarsi con quella corda al collo, o al dito, stretta come una vera nuziale. Io però questo rischio non lo corro perché apparteniamo a razze diverse, seppure come è nella natura congenita delle donne costantemente mi tenta con la trappola al miele delle seduzioni: attrattive (bocconcini, croccantini, snack gran gourmet), ammaliatrici (bacini, grattini, affettuosità a gogò, nomignoli strampalati sussurrati con voce da innamorata) corruttive (palline di ogni dimensione e colore, piccoli giochi felini, e le sue stesse mani). Adoro questo suo gran da fare esclusivamente per compiacermi, e così magnanimamente la illudo di esercitare un qualche potere, concedendomi al suo amore, ovviamente nei modi e nei momenti a me più consoni: reclamando, con insistenza, la sua attenzione, soprattutto quando è intenta al computer, sulla cui tastiera non disdegno esibirmi in una provocatoria passerella, con lei che a tutta prima mostra d’essere in collera per questa mia sfacciataggine e poi, invece, mi prende fra le  braccia e mi coccola, scusandosi perfino di quella sua troppo lunga distrazione nei miei confronti. Non ce la fa proprio ad essere arrabbiata con me. Anche quando è sul divano, intenta a leggere o guardare la tv, e allora io inizio a giocare coi suoi capelli, glieli ingarbuglio tirando via laccetti e mollettine, e lei  ride divertita, fiera che io sia così ardito e sicuro del mio appeal, da prendermi la temeraria confidenza di spettinarla senza tema di rappresaglia. Quando su quello stesso divano poi s’addormenta, mi acciambello su di lei e m’addormento anch’io, lasciandomi cullare dal ritmo del suo respiro e avvolgere dal calore del suo corpo che materno mi accoglie con una carezza amorevole e l’offerta di un lembo di coperta. Adoro questa nostra complicità anche se non glielo dirò mai, perché l’amore deve essere vissuto come una meravigliosa, e mai scontata conquista, da rinnovarsi con entusiasmo ad ogni risveglio e ad ogni bacio della buonanotte
Insegnare l’amore: è la missione che Dio ha affidato a noi gatti.

Cagliostro (in 363 parole)

La notte è il mio momento.

Quando le luci si spengono e anche le televisioni tacciono, quando I rumori degli uomini si stemperano sotto il grande manto scuro, quando solo i radi lampioni della strada tentano invano di lacerare il buio con la loro fioca luce, allora, solo allora io mi ridesto.

Infinite leggende sono state scritte su di me: «creatura notturna» mi chiamava il Poeta, «angelo della notte» un innamorato respinto, «messaggero del demonio» un ignorante fanatico nei suoi medievali deliri, ma io non sono niente di tutto questo.

Io sono il padrone della notte, l’ombra che silenziosa s’insinua in ogni cosa, in ogni angolo delle vostre case. Io sono colui che conosce ogni segreto e che vede scorrere davanti ai suoi occhi la vita e la morte, e mai giudica, mai muta la fredda luce dei suoi occhi.

Nomen omen, e mai locuzione fu più appropriata, perché il Latino che la inventò forse non conosceva la magia dei numeri ma sapeva leggere nelle stelle e nell’animo umano, e prestava attenzione alle sue azioni.

Così io, che del Grande Mago assunsi il nome, tanto vituperato dagli ignoranti quanto glorificato da chi conobbe gli arcani e I loro mistici segreti, io vivo nelle vostre case una pigra vita giornaliera, ma di notte spalanco le mie pupille come gialli fanali che sanno scrutare dentro ogni più riposto segreto e vengo da voi, che dormite sonni tranquilli o agitati, o respirate piano.

Allora, camminando con movimenti felpati, scivolo silenzioso sui vostri letti, sui vostri cuscini, e mi adagio vicino ai vostri corpi immoti, sì che sentiate il mio morbido calore avvolgere le vostre stanche membra e i vostri pensieri. E scivolo silenzioso dentro ai vostri sogni, percorro in perfetto equilibrio le intricate vie dei vostri pensieri e con la pazienza di mille e mille anni, la pazienza di chi già era padrone del mondo onirico al tempo dei signori delle grandi piramidi, mescolo speranze e desideri, ricompongo disperazioni, lacero I più ingrovigliati conflitti e carezzo con I miei morbidi polpastrelli i dolori di ognuno di voi, così da lenirli e restituirvi vivi al nuovo giorno.

Io, che sono Cagliostro, il nero compagno delle vostre giornate.

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Volevamo soltanto vivere

Ci fermammo a Stalingrado.

Non avrei mai creduto che le nostre divisioni, coi loro invincibili Panzer e il loro perfetto addestramento, si sarebbero impantanate in una Rattenkrieg nelle rovine della città, senza riuscire a ricacciare i sovietici nel Volga.

Eppure eravamo lì, a combattere casa per casa contro un esercito di fantasmi che appariva soprattutto di notte e colpiva per poi subito fuggire. Non si dormiva mai, e presto capimmo che  l’inverno ci avrebbe sorpresi ancora dentro la città. Il terribile inverno russo.

Ma eravamo fiduciosi: il generale Paulus non aveva dubbi sulla vittoria finale, e anche il Fuhrer ci mandava i suoi incoraggiamenti. Diceva che stavamo facendo la Storia, e aveva ragione, ma non nel senso che credeva lui.

A novembre, sputando sangue, arrivammo a ridurre agli estremi la 62° Armata del generale Čuikov, ma proprio quando, stravolti dalla fatica e dalle perdite, credevamo di poterci finalmente assestare sul fronte del fiume, arrivò la notizia dell’attacco sovietico sull’altro fronte, l’Operazione Urano, e in breve da assedianti diventammo assediati.

Non mi metterò a raccontare la storia, che ormai è scritta sui libri. Fummo deliberatamente sacrificati sull’altare della propaganda e – dicevano – per impegnare le truppe russe su quel fronte, ma io conobbi solo la fame e la disperazione. Eppure continuammo a combattere, prima credendo nell’arrivo dei rinforzi di von Mainstein che non giunsero mai, poi per la forza dell’abitudine, trascinandosi di casa in casa mentre i russi, ormai meglio nutriti e organizzati di noi, ci martellavano con l’artiglieria pesante e venivano a stanarci casa per casa.

Adesso i ratti eravamo noi,

Fu negli ultimi giorni dell’assedio che morii. Stravolto dalla fame e dal freddo raggiunsi un soldato nemico colpito da un cecchino e, febbrilmente, lo spoglia e mi vestii con i suoi caldi indumenti. Aveva un lungo pastrano ben imbottito, morbidi guanti e stivali ancora intatti. Trovai anche un involto con del cibo nelle tasche, che misi in bocca senza neanche guardare.

Indugiai solo un attimo quando, voltando il cadavere, vidi gli occhi chiari di quel ragazzo sbarrati nella morte, le labbra esangui. Fu quell’esitazione a perdermi: la bomba mi colpì mentre cercavo di raggiungere il riparo, e tutto finì in un inferno di fuoco.

Ma avevo i vestiti del russo, così quando i suoi compagni ritrovarono le mie spoglie, non potendomi identificare mi scambiarono per uno dei loro, e mi seppellirono in un ordinato cimitero militare, una stele tra tante, più di un milione.

Così anche io ho vinto la guerra, anche io faccio parte della terra dei vincitori, ed in verità è giusto così perché in tanti siamo morti in questa assurda, inumana guerra, e tutti eravamo giovani e innocenti, tutti eravamo uguali e tutti volevamo soltanto vivere.

Russland, Kesselschlacht Stalingrad
ADN-ZB/Tass/ II. Weltkrieg 1939-45 Die Stalingrader Schlacht begann im Juli 1942. In erbitterten, beiderseits verlustreichen Kämpfen wehrte die Rote Armee das weitere Vordringen der faschistischen Truppen ab. Während der sowjetischen Gegenoffensive im November 1942 wurden über 300 000 Mann eingeschlossen. Die Reste dieser Verbände, etwa 91 000 Mann, kapitulierten am 31.1. und 2.2.1943 Stalingrad im Januar 1943 – um jede Ruine müssen die sowjetischen Soldaten erbittert kämpfen.